La leggenda di Esteban Canal

La leggenda di Esteban Canal

Si fa presto a dire Cocquio Trevisago.

Uno, sulla provinciale che da Varese conduce a Laveno, in auto, supera Gavirate e trova il cartello che gli indica quel benedetto paese. “Sono arrivato”, pensa e può darsi che così non sia. Le case che incontra sulla strada appartengono infatti a Sant’Andrea, che è solo una parte, una frazione del comune, quella (per il vero più brutta perché più moderna) che viene prima della Torre e che si colloca più a valle rispetto a Cocquio vecchia, la quale ultima è sovrastata, nella strada montana che porta in Valcuvia, da Caldana e da Cerro.

A Cocquio vecchia viveva Canal, a Caldana – e per questo del complicato paese torneremo a trattare – Fausta Cialente.

Una vecchia pagina di giornale debitamente ingiallita: è il ‘Daily News’ di giovedì 17 febbraio 1939 e la bella fotografia che campeggia in alto mostra un elegante signore sulla quarantina che guarda l’obiettivo con sguardo penetrante nel mentre una leggiadra donzella, timidamente, quasi scompare al suo fianco. La didascalia recita: “Il senor Esteban Canal che giocherà venti partite a scacchi a Durban”.

Bei tempi quelli, quando l’arrivo in Sud Africa di un grande campione delle sessantaquattro caselle veniva salutato dalla stampa internazionale con il dovuto rilievo. E, d’altra parte, così all’epoca, nel suo pressochè continuo girovagare, non differentemente dall’amico Ernest Hemingway, era abitualmente trattato in ogni parte del mondo Esteban Canal che, in Germania come in Australia, in Italia come in Spagna, aveva più volte incrociato le armi con imperituri grandissimi ‘maghi’, da Capablanca a Tarrasch, da Grunfeld a Tartakower, da Rubinstein ad Euwe, da Rethy a Najdorf, da Robatsch a Portish.

Esteban Canal al Torneo Internacional de Ajedrez de Reus 1936
Esteban Canal al Torneo Internacional de Ajedrez de Reus 1936

Di lui e della sua ‘arte’, commentando una partita giocata nel 1936 nel vittorioso torneo di Barcellona, così scriveva il campione del mondo Aleksander Aljechin: “È senza dubbio tra i più geniali maestri di tutti i tempi. Quando non è sole è candela: arde sempre. Nature simili stanno o nel riverbero del Paradiso o fra le fiamme dell’Inferno; giammai nella mediocrità del Purgatorio. I giovani faranno bene a studiarlo con attenzione”.

Nato secondo la leggenda (al riguardo, circolavano differenti versioni) il 19 aprile del 1896 a Chiclayo in Perù ed approdato in Europa verso i tredici/quattrordici anni dopo avere attraversato gli oceani lavorando come mozzo sui velieri, Canal, girovago dapprima tra Spagna, Francia e Belgio, nel 1914 si trasferisce in Germania laddove studia medicina a Berlino e quindi a Lipsia. È proprio in  quest’ultima città che apprende il gioco degli scacchi ed è lì che nel 1916 si impone a sorpresa in un torneo magistrale. In Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale, si avvicina agli anarchici e si guadagna l’espulsione. Nel 1921 è in Italia per la prima volta e due anni dopo, a Trieste, debutta a livello internazionale ottenendo un incredibile secondo posto davanti a campioni illustri e affermati
quali Yates a Tarrasch. Secondo anche a Merano nel 1926, poco dopo si trasferisce in Ungheria, a Budapest, dove esercita la professione medica e dove conosce la futura consorte Anna Klupacs.

Fallito il tentativo di vivere come professionista della scacchiera nel natio Perù (1935), rientra in Europa e si afferma già nel 1936 nei due importantissimi tornei spagnoli di Reus a Barcellona. Di casa a Milano dalla fine degli anni Trenta, portate a termine lunghe e assai ben remunerate tourneè in Sudafrica, in Australia e nelle Hawaii, durante il secondo conflitto mondiale trova ospitalità con la  moglie a Cocquio Trevisago, nei pressi di Varese.

Nel 1949, ecco un suo fondamentale contributo alla tecnica scacchistica: esce a Milano ‘Strategia di avamposti’, ancor oggi imperdibile.

Da Cocquio vecchia, dove, oltre il municipio e la chiesa, vive man mano sempre meno agiatamente dedicandosi alle traduzioni (conosce praticamente tutte le lingue), parte per le sue ultime imprese.

Benchè, scacchisticamente parlando sia vecchio, vince a Reggio Emilia nel 1947, a Bari l’anno successivo e ancora a Venezia nel 1953 e, sessantaquattrenne!, nel 1960 viene battuto solo da Portish a San Benedetto del Tronto.

A Varese, oltre che nel paese che lo ha accolto nel quale, di quando in quando, dà qualche lezione, una cerchia di amici e di ammiratori gli sarà sempre d’attorno ma, tenuta da lui per orgoglio all’oscuro della reale e grave situazione economica, non si dimostrerà in grado di alleviarne le sofferenze e le difficoltà. La solitudine già gli era triste compagna dal 1965, anno della prematura dipartita della amatissima Anna. Muore il 14 febbraio 1981 a seguito di una caduta.

L’attivissimo circolo di scacchi di Cocquio, naturalmente, porta il suo nome.

Ed ora, due o tre testimonianze sulla personalità di Esteban Canal, e non solo nelle vesti di giocatore di scacchi, perché perfino coloro che siano assolutamente digiuni in merito si rendano conto del vero entusiasmo, quasi del fanatismo, che il suo stile sapeva creare e di quale fortuna abbia avuto chi, come il sottoscritto, lo ha ammirato, sia pure anziano e alquanto malandato in salute, in azione: “Avete mai visto un film sui pionieri del West? Il protagonista certo assomiglia ad Esteban Canal, vecchio avventuroso… Mentre gioca con Toran una partita la cui posta è il primo premio” (siamo al Torneo Magistrale di Venezia del 1953 che il Nostro, appunto, vincerà) “lascia un pedone in presa. Non vedendo il perché, gliene chiedo il motivo: “E se prende il pedone?”. “Ci sarà del movimento”, mi risponde. Ed ecco Toran, proprio come io avrei giocato, prende il pedone e… abbandona in poche mosse. Per me che, stupefatto, non osavo intervenire, era quasi comico vedere l’assalto degli analisti che volevano dimostrare che il sacrificio era scorretto. Canal, divertito come un bimbo visitato dalla Befana, smontava e ridicolizzava ogni variante oppostagli con incredibile semplicità di mezzi.  Grande Canal! Avevo in mente lo spirito dei tuoi articoli, la profondità delle tue analisi, la saggezza scanzonata della tua conversazione. Ora avrò nel cuore l’entusiasmo per quel tuo ‘po’ di movimento'”! Vincenzo Castaldi, L’Italia scacchistica, dicembre 1953.

“Il maestro Esteban Canal teneva le mani incassate tra le ginocchia, serrate le dita. Aveva mani forti e brune, come quelle di un andaluso. Oscillavano impercettibilmente al movimento ritmico della gamba sinistra. L’immagine che abbiamo di lui, ammorbidita dai chiaroscuri fotografici, ci ricorda un ritratto del Tiziano…Canal sembrava perseguire la lenta paralisi dell’avversario, lo stringeva d’appresso e la mascella era contratta nello sforzo della volontà. Man mano che nel gioco egli tesseva le sue trame d’insidia, gli occhi gli si facevano accesi come carboni. Egli fissava la scacchiera, corrucciato, talvolta impaziente laddove si verificava lentezza nel chiudersi del raggiro, laddove la posizione stessa, impensatamente, suggeriva un sortilegio fascinoso per il giocatore. Ma quando egli  sentiva di essere padrone del suo destino, allora penetrava audacemente nelle file avversarie, lanciava in olocausto i pezzi più ambiti, spezzava la resistenza dell’arrocco, violava trionfante la reggia  immaginaria. Fumava una sigaretta sull’altra, dopo averle tagliate in piccoli pezzi che allineava con uguale cura accanto alla scacchiera. Eugenio Montale ha cantato questi momenti: ‘Poi che gli ultimi fili di tabacco/ al tuo gesto si spengono nel piatto/ di cristallo, al soffitto lenta sale/ la spirale del fumo/ che gli alfieri ed i cavalli degli scacchi/ guardano stupefatti'”. Giuseppe Turcato, dopo il Torneo di Venezia del 1948.

“Ogni volta che sono entrato in contatto con lui ho sempre provato una singolare emozione e questo non tanto per la natura scacchistica del personaggio quanto per la ricchezza abbacinante del vissuto che si portava dentro di cui faceva dono gentile a chiunque gli stava d’appresso. Come si sa Canal ebbe una vita avventurosa e movimentata. Per me ha rappresentato la classica incarnazione di una stirpe di uomini  un tempo assai diffusa ed oggi irrimediabilmente persa. Voglio dire l’uomo dal multiforme ingegno, senza una patria fissa e senza fissa dimora, facile all’apprendimento, conoscitore di ligue innumerevoli, di popoli, città e nazioni tra le più svariate. Sua caratteristica è stata la vivace intelligenza e la vastità di interessi. È l’opposto dello specialista… Fu persona di grande spirito,  elegante nella figura e nel portamento, parlatore facondo quanto piacevole, amabilmente disposto ad usare e godere di tutte le cose belle che può offrire la vita… È certo un crudele destino che gli  uomini grandi sovente muoiano in povertà e solitudine. Sembra quasi che il mondo voglia vendicarsi dell’eccezione, della continua e pervicace offesa che gli uomini come Esteban Canal portano al  luogo comune”. Ricordo di Esteban Canal, di Franco Trabattoni, L’Italia scacchistica, maggio 1981.

Esteban Canal
Esteban Canal