Gianni Brera

Gianni Brera

nel ricordo di una persona che non desidera essere nominata

Lunedì 29 febbraio, a Milano, dalle ore 14.00, all’Auditorium Stefano Cerri via Carlo Valvassori Peroni 56, Mauro della Porta Raffo con Italo Cucci presiederà l’incontro ‘L’arcimatto’ dedicato a Gianni Brera.

Interventi di Mario Sconcerti, Gino Bacci, Claudio Gregori, Franco Contorbia, Paolo Brera, Luigi Sampietro, Andrea Maietti, Pilade Del Buono, Claudio Rinaldi, Dario Borso, Antonello Coco.

 

“Codognoo!!!, non era un urlo, nemmeno uno strillo (non facevano parte del suo buon vivere) ma una imprecazione dopo un tocco sbagliato del pallone, del malcapitato calciatore che aveva osato il tiro o il dribbling. Nella tribunetta stampa di san Siro i giovani cronisti, non soltanto quelli, si voltavano per scoprire da dove venisse quella specie di insulto. Brera era appena tornato a sedersi, dopo aver liberato, all’aria, quel pensiero e quella parola.

E a Codogno lasciò la vita, di notte, quasi il contrappasso, sembra una storia maledetta ma questo è, questo fu.

Spesso, nei pomeriggi delle trasferte a Napoli, Roma o giù di lì, si coricava, nella stanza dell’albergo, coprendosi il volto con il fazzoletto aperto, come faceva mio nonno, chiudendo appena le persiane cigolanti, così cercando il buio ma intravedendo la luce attorno, per sicurezza.

Vino, tabacco e venere non lo avevano affatto ridotto in cenere, semmai questa, la cenere, era l’ultimo segnale di battaglia e lavoro tra sigarette, toscani e volute di pipa a moto perpetuo, una leggenda infantile che con lui diveniva scientifica realtà.

Una bottiglia di whisky accanto alla macchina per scrivere, pacchetti di fiammiferi, cerini, minerva, roba varia, la borsa tattica, gonfia di ogni cosa inutile e necessaria al tempo stesso, una stilografica e un pennarello di colore verde per correggere imperfezioni, scrivere errori sarebbe bestemmiare, fogli bianchi nel rullo della Olivetti ma che, poi, odoravano di tabacco forte e sapevano di storia e di cronaca altrettanto robuste.

Era un santo bevitore, il giusto, mai visto brillo, giammai ebbro, sempre di una astuzia nella parola e nel fare, a volte scorbutico, spigoloso, scostante, per indole non per malacreanza, circondato da molti, troppi cortigiani, adulatori spacciatisi per breriani dalla nascita ma, in verità, seguaci del mito, accompagnatori del gaudente, badanti di se stessi.

Calzava scarpe sempre nere di pomata appena lucidata, gonfie forse era gotta, non so, ma la stazza non favoriva l’equilibrio.

Odiava chi “tueggiasse” con lui senza nemmeno conoscerlo, preferiva la riverenza, della Lega di Bossi diceva che era cosa buona ma non possedeva cultura, non soltanto politica.

Era dunque di sinistra, come si usava e si usa, socialista antico, non craxiano, la radice era sana, genuina.

Non sopportava il meridionale, o meglio, il napoletano, la scuola partenopea era rappresentata da Ghirelli al Corsport e da Palumbo che lui chiama Avis e teneva in mano la Gazzetta dello sport.

Con lui fece a cazzotti nella tribuna di Brescia.

Palumbo lo chiamò per nome e cognome prima di schiaffeggiarlo per aver criticato pesantemente Totonno Ghirelli, Brera, che da giovane era stato boxeur, calciatore, parà e partigiano, replicò con un montante e l’avis cadde come corpo morto cade.

Razzista sì, non con quelli di colore ma dovrei dire di “odore”, terroni dunque.

Siamo nel settore maleducazione e affini, capita con gli illustri uomini, e donne, capitava con Brera che mandava a dar via l’organo chi non gli garbava o chi troppo si genufletteva in complimenti.

Trascorsi venticinque anni dalla sua morte non è ancora certo se abbia fatto scuola oltre la propria classe di studenti, il suo dizionario era così alto che a volte necessitava di decoder eppure ha lasciato traccia, righe di frasi e locuzioni che resistono a internet e al T9 “tener palla, incontrista, intramontabile (suo l’aggettivo di un verbo intransitivo)” e altri dieci e cento.

Non so se la terra sia stata per lui lieve, come usava concludere gli scritti di cordoglio.

So che sta diventando lieve il ricordo e, allora, devo risfogliare l’album che ha perso troppe pagine.