In memoria di Yury Vlasov

In memoria di Yury Vlasov

Muoiono incredibilmente tutti.Superuomini non di cartapesta compresi.
Avevo sedici anni e alle Olimpiadi di Roma l’atleta per me eponimo non fu la ‘gazzella’ dei duecento metri piani Livio Berruti.Resistendo altresì a quel già ‘artista’ tra le dodici corde di nome Nino Benvenuti…perfino al carisma, ancora sul ring, dell’allora medio massimo Cassius Clay, futuro Muhammad Ali…alla ‘croce’ che il ‘re degli anelli’ di sempre Albert Azarjan nel bianco e nero televisivo rese immortale…alla estremamente affascinante affermazione del ‘maratoneta scalzo’ Abebe Bikila…a quell’eccellenza assoluta,  collocai un sollevatore di pesi sovietico di nome Yury Vlasov, in grado di alzare oltre duecento chili nello slancio – una misura assolutamente sovrumana a quei tempi – e naturalmente vincere l’oro.Imbattibile tra Mondiali ed Europei (per sconfiggerlo quattro anni dopo a Tokyo un compagno di squadra, che per questo comportamento non merita d’essere citato, ricorse a un inganno), Vlasov si issò nella Città Eterna – con apparente estrema naturalezza, senza, sembrava, nessuno sforzo – sul gradino più alto del podio dei massimi del sollevamento per occuparlo nella mia memoria per sempre.Non che, malgrado il suscitato entusiasmo, mi sia  venuto in mente – come un anno dopo a Vienna occorse ad un giovanissimo Arnold Schwarzenegger che sportivamente se ne innamorò – di imitarlo.Non limitato allo sport – aveva altre frecce all’arco – divenuto col tempo scrittore di successo e intrapresa una carriera politica rilevante, Yury ha vissuto fino al trascorso 13 febbraio 2021 decisamente ‘comme il faut’, come si conviene.Quello che non va è che – di ferro quale era – sia morto, dicono le cronache, “per cause naturali” quando, di tutta evidenza, per lui, proprio non poteva essere ‘naturale’ andarsene!