Fosse Mergozzo?

Fosse Mergozzo?

Fra le mille mie ignoranze, quella dei venti.
Intendo che non ne identifico uno.
E accade anche se è proprio una giornata ventosa quella che a tutte prediligo.
Orbene, per decenni – sapessi perché ripercorrerei pedissequamente i passi allora ignorantemente intrapresi a tal fine decisivi – non ho mai avuto il raffreddore.
Tanto che, sbruffoneggiando, investivo i raffreddati che incontravo con un “Hai preso una malattia inesistente, bravo!” che non mi rendeva certamente simpatico.
(Tant’è, lo sapete).
Poi – arrivato a Luino di gennaio poco dopo inizio millennio per un’ultima occhiata al ‘Casott di Mamma Rosa’ che l’amministrazione aveva improvvidamente deciso di abbattere per quanto fosse uno dei più importanti luoghi culturali locali visto che non poche pagine de ‘Il piatto piange’ di Piero Chiara sono colà dentro ambientate – ristando alquanto tempo con un fotografo per documentare l’articolo che avrei scritto per Il Giornale e Capital, mi trovai esposto ad un vento trasversale di particolare penetrazione, tanto che il pastrano che indossavo non mi riparava.
Tornato a casa, cominciai a tossire e poi a starnutire.
Non ci volevo e potevo credere, ma fu solo dopo l’estate che del malanno mi liberai.
Ho cercato di capire che vento fra i tanti del Maggiore fosse quel malandrino.
Invano.
Guardando ai nomi, avrei voluto si trattasse dell’Inverna, che però vanta caratteristiche e momenti diversi.
Alla fine, ho determinato del tutto arbitrariamente e senza fondamento che fosse Mergozzo.
Per quanto, anche il Moscendrino e la bozzasca Intragnola…