Nel ‘Mondo Vecchio’: la Barberia di Via Volta in Varese

Nel ‘Mondo Vecchio’: la Barberia di Via Volta in Varese

Ho molte volte narrato della mia consuetudine – oggi, fossero ancora in attività e non costretti, sarebbe ultra sessantennale – con i barbieri, primo fra tutti, se non nel tempo, per afflato ed empito, Alfio l’Etrusco e Cubano (ove si guardi alle rivendicate origini contadine forti e fortunatamente essenziali o alla Terra che ha considerato infine elettiva), il quale, convenendo o altercando con me ogni due giorni, salvo quando era alibi imperdonabilmente per i fatti suoi, e chiamando a sostegno collaboranti e clienti amici presenti a proposito dell’universo Mondo che ogni volta, con acconce misure, andavamo a sistemare, mi radeva, prima della maledetta pandemia, almeno dal 1967.

Certo, in ragione della durezza della mia barba o della delicatezza della pelle, chissà?, il rifiuto da subito di adoperare il rasoio elettrico.
Certo, per la medesima ragione, l’abitudine conseguentemente presa.
Certamente, poi, l’avere avuto modo di vedere cosa significasse, ben al di là delle rasature e, ma sì, del taglio dei capelli, la semplice e assolutamente non definibile poveramente tale, frequentazione dell’ambito.
Nel quale – e vado già in Via Volta sottolineando che vattelappesca come si forma la squadra dei lavoranti che poi squadra non è mai neppure per sbaglio – Sandrino, Alfio, Gimmy, con Manuela la manicure, fossero andati mai anche un solo giorno d’accordo.

Apriva, adunque, la loro barberia il battente in pieno centro Varese – un passo da Piazza Monte Grappa — negli anni Settanta Ottanta Novanta fin quasi a completare il primo Decennio dei Duemila e colà agivano, per dire, tipi quali
l’industriale di origini mantovane assolutamente vantate che sosteneva che quanti non avessero almeno un miliardo di lire fossero dei ‘bollettari’, degli scannati, e aveva buttato per aria una questione non da poco allorquando – in crisi economica la città, il contado e il Paese – decise di raddoppiare i ‘compensi’ che usualmente dava alle ‘signorine’ con le quali spesso si accompagnava mandando in bestia gli altri ‘adoperanti’ le medesime le quali altrettanto da loro pretendevano avere…
l’anziano ginecologo che raccontava ogni volta le stesse barzellette nate con riferimento alla esercitata professione mentre i tre e soprattutto la sempre imbarazzata manicure fingevano sorrisi e apprezzamenti…
quel tale che conservava nel bagno una bottiglia di cognac alla quale si attaccava per prima cosa alle otto arrivando…
il notevole industriale che conoscevo da sempre perché Piero Chiara lo convocava quando il Partito Liberale era bisognoso di finanziamenti e lui provvedeva, il bel tipo che sosteneva che il titolare della bottega fosse al mondo solo per tenerlo in equilibrio col suo peso e poi della presa in giro si scusava portandolo a cena di qua o di la…
quelli, a milioni, che parlavano solo di calcio…
quelli politicamente molto impegnati, mamma mia…
quelli particolari, quasi dei ‘monumenti’, come Alfredo Binda o Bob Morse, quando quest’ultimo di ritorno a Varese…
Bruno Lauzi, negli anni vissuti tra noi…
un paio di volte, Gianni Santuccio…
perfino – si diceva e chissà? – in una occasione rimpatriante, il parigino Flaminio Bertoni…
quelli che erano stati nella Legione Straniera, e uno
raccontava e l’altro no…
quelli che avevano trascorsi nelle patrie galere per le più varie ragioni…
i giocatori d’azzardo a frotte, essendo la città la nostra…
quelli che di mattino sollecito, aspettavano con impazienza l’arrivo del ‘cravattaro’ presta soldi a invero contenuta usura per dargli un postdatato carico degli interessi e correre in banca a depositare il valsente ad evitare protesti…
quelli che si servivano e quelli che invece si sedevano a metà pomeriggio per trascorrere il tempo nell’attesa di ritornare a casa…
quelli che leggevano i necrologi sulla Prealpina…
quelli che si parlava o si stava muti…
quelli che ricordavano o fingevano il farlo e quanti avevano davvero dimenticato…
e, occorre pur dirlo, coloro che mano mano venivano per ascoltare, concordare, criticare, contestare, irridere il sottoscritto, Gran Pignolo vero o dei miei stivali…

Prima – e fatichi non poco anche solo ad averne notizia se non con riferimento ad una caratteristica fisica in qualche modo propria della categoria dei barbitonsori anni Cinquanta Sessanta e poi non più – un gestore della bottega claudicante, oltre che bassetto.
Giocava alla brutta ai cavalli, il desso.
I conseguenti debiti lo portarono a prendere come socio il quasi anziano lavorante, tale predetto Sandrino.
Uno scherzo.
Pochi mesi, ed anche i quattrini del novello sodale erano spariti.
Fu allora che questi secondo, avendo sottomano per via del fatto che gli stesse facendo uno shampoo, nientemeno che Giovanni Borghi, rialzato che lo ebbe, asciugandogli i capelli, all’orecchio, sottovoce, gli chiese aiuto a che gli concedesse il prestito dei denari occorrenti per liquidare il peso che lo zoppo ingombrante ancora rappresentava.
Il ‘Cumenda’ – l’uomo più brillante mai apparso in città ed altrove – alzatosi dalla poltrona, quasi lo trascinò ipso facto alla Banca più vicina e, chiesto del Direttore, gli disse di dare al timoroso, in disparte, Sandrino il quattrino necessario alla bisogna senza assolutamente lesinare, ben sapendo che sono le ristrettezze conseguenti l’osservazione dei limiti imputati ai prestiti quelle che portano infine all’impossibilità di dare vita vera a progetti e speranze e conducono al fallimento, la qual cosa danneggia naturalmente sia il prestante aiuto che il da lui soccorso.
E lo capisse la gente…

Dopo – Sandrino in sella – nel girotondo che per mesi e mesi si scatenò, nell’andirivieni durante il quale fece capolino per dipoi eclissarsi anche quel veloce mio veramente anni avanti inaugurante rasatore originario di Bronte e ovviamente a casa impegnato nella coltivazione dei pistacchi, finalmente, una collocazione definitiva, l’uomo più pessimista di tutti i tempi.
Geremia, incredibilmente, il suo nome, detto familiarmente Gimmy.
Mai, assolutamente mai che qualcuno o qualcosa gli andassero bene.
Mai, assolutamente mai che guardasse al futuro con una briciola di speranza.
E in più, convinto che solo il lavoro materiale fosse da considerare e che pensare fosse la scusa buona agitata per evitare di fare all’unico fine di caricare delle incombenze proprie gli altri.
E tutto ciò malgrado, assai simpatico, amaramente.
Buon rasatore, e contava peraltro, perfetto quando arrivavo un attimo in ritardo e trovavo Alfio – da lì a non molto colà terzo aggregato e da me seguito dal precedente operativo loco – già preso da un qualche ‘svizzero’, come chiamavamo i mattinieri che, non si sa bene da dove arrivati, chiedevano per il capelli tagli e fogge strani.

Generazioni…
barbieri
clienti
amici
nemici
gente
nel
del
per il
luogo.

E infine nel 2009 – e a me pare un secolo – la cessazione.
E laddove ci si confortava e confrontava, un anonimo qualsiasi negozio senza la minima consapevole traccia dei tempi che furono…

quelli, ahimè trascorsi, del mio e nostro
Mondo Vecchio!