Arthur Ashe

Arthur Ashe

Ogni quando mi capiti di rivedere in azione con la mente i mille e mille tennisti che ho potuto realmente considerare impegnati ai massimi livelli in campo internazionale (a parte la graduatoria concernente la ‘bravura’ dal mio punto di vista stimata che mi conduce – continuamente cambiando idea ma considerando immancabilmente tra i ‘finalisti’ tutti e tre i davvero ‘grandi’ degli ultimi anni Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic – a concludere ogni volta differentemente), se mi soffermo sulla qualità delle persone, dei giocatori in quanto individui, uomini insomma, al primo posto si colloca invariabilmente Arthur Ashe.
Intelligentissimo in campo (nel 1975 – datati i due Slam in singolo in precedenza vinti – finalista ‘vecchietto’ a Wimbledon, scommisi forte su di lui, a buona quota visto che affrontava un Jimmy Connors a quei momenti dai più ritenuto pressoché ingiocabile, sapendo che non si sarebbe lasciata sfuggire l’occasione e avrebbe messo in difficoltà il rivale usando la tattica giusta, come accadde), Ashe è stato un difficilmente imitabile modello nel comportamento fuori dal terreno di gioco per le iniziative prese e portate avanti con vigore e da appena possibile a favore del volontariato e per i bisognosi
Nero, si batté per la propria razza – arrivando a chiedere l’esclusione della squadra tennistica sudafricana dal circuito professionale causa Apartheid – con talmente tanto acume e comportamenti consoni da ottenere molto con il rispetto di tutti.
Infiniti i riconoscimenti (sarà anche Capitano della squadra dì Coppa Davis), tra i quali l’inserimento nel 1985 nella Tennis Hall of Fame e la presidenziale Medaglia d’Oro della Libertà, purtroppo (e fra un attimo il perché) postuma.
Certamente, a collocarlo in alto altresì l’impegno ulteriore nel combattere la diffusione dell’AIDS nel mondo.
Malattia allora quasi sempre mortale che aveva malauguratamente contratto durante una trasfusione di sangue subita nel corso di una delle operazioni al cuore alle quali era stato sottoposto dopo un primo e secondo grave infarto.
Fondata quasi in punto di morte una nuova Associazione il cui fine era di aiutare le persone non debitamente assistite quanto alle assicurazioni in campo medico, se ne andò il 6 febbraio del 1993, veramente compianto.
A lui è dedicato il campo centrale di Flushing Meadows dove si gioca il Campionato Americano Internazionale, ultima prova annuale del Grande Slam.
Da leggere l’autobiografia, Giorni di Grazia, nella quale ripercorre con gratitudine per i doni ricevuti una storia di vita per moltissimi versi esemplare.