Mauro della Porta Raffo,
il Gran Pignolo

(Come visto e vergato al 28 febbraio – giorno nel quale la Chiesa celebra San Romano di Condat, abate – dell’anno 2021, secondo della pandemia, da
Simone Furfaro
e ‘rifinito’ dallo stesso MdPR).

Mauro della Porta Raffo, nato a Roma il 17 aprile 1944.
All’anagrafe, Mauro della Porta Rodiani Carrara Raffo.
Nomi battesimali:
Mauro Maria Romano.
Altri cognomi di famiglia:
Bontemps de Montreuil, dal ramo paterno;
Pfyffer von Altishofen, da quello materno.

Scrittore.
Saggista.
“Mauro della Porta Raffo è il terrore di chi scrive e la delizia di chi legge” (Roberto Gervaso).
“Ho visto, ho letto e ricordo tutto” (“‘Perfino le cose che devono ancora accadere’, come aggiunse Ferruccio de Bortoli”).
“Poligrafo di sterminata cultura” (Vittorio Sgarbi).
“La modestia e l’umiltà sono gli unici due difetti che non ho!” (l’esergo del suo sito internet).
“‘Qualunque cosa sia, io sono contro!’ di Groucho Marx è una invettiva che faccio volentieri mia”.
Si proclama “oggi non da oggi un conservatore anarchico-liberale-radicale, un’aquila”.

“Quando il vecchio e mio Partito Liberale prendeva più del tre per cento alle politiche, da via Frattina a via Bernascone, ci guardavamo l’un l’altro chiedendoci ‘Dove abbiamo sbagliato?’”

“Quanto alle malattie, sono un collezionista.
Se si esclude il diabete, le ho avute tutte.
Almeno un paio di volte, rischiando di andarmene.
Adesso, vicino ai settantasette, superati con molta tenacia il Covid e la polmonite interstiziale conseguente, vanto (non sono ‘malannucci’) la Meralgia di Roth, la Fibrosi polmonare e la Sindrome di Churg-Strauss.
All’origine di tutto, secondo medici avveduti, sarebbe la Psoriasi.
Che ho dalla primissima infanzia, avendola ereditata – la cosa mi ha sempre inorgoglito – dai nonni”.

• Figlio del tenente Manlio Raffo, romano, e di Anna Maria della Porta Rodiani Carrara, nativa di Genazzano (Roma), folgorati nel 1942 a Terracina – dove Anna Maria viveva fin da bambina – da “un colpo di fulmine, un amore che fa superare i terribili e subito emersi contrasti di carattere”.
Per sposare la donna, il tenente Raffo, fervente fascista già volontario in Albania e in Grecia, rinunciò a partire, ancora sua sponte, per la campagna di Russia, nonostante avesse già completato l’apposito corso preparatorio nella citata Terracina.
“Un atto […] deciso in piena coscienza, ma del quale, sono certo, non si darà mai pace. […]
Cinquant’anni e passa di litigi feroci e di rappacificazioni altrettanto violente, tre figli a distanza di anni e, dopo un veloce passaggio a Napoli e un secondo brevissimo momento a Catania, l’amata Varese”.
A Varese si stabilirono nel 1946, quando il padre, nel frattempo divenuto direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo di Catania, vi si fece trasferire “per far contenta mia madre, che odiava il clima, troppo caldo per lei, della Sicilia”.
“Corre l’inverno 1946/47: ha inizio la lunga avventura dei della Porta Raffo nella Città Giardino”.
• Precocissimo l’amore per la lettura:
“Tre anni e mezzo.
Ma un segnale di passione per il genere letterario era venuto con largo anticipo.
Alla vigilia di Natale del ’44, avevo otto mesi di vita, leggenda vuole che verseggiassi la seguente filastrocca, tra la stupore dei presenti:
‘I due orsetti, appena desti,/ l’un dell’altro più ghiottone,/ si divoran lesti lesti/ la lor prima colazione’.
Fu l’esordio orale.
Quello scritto, dico di lettura dei testi, avvenne sui romanzi di Emilio Salgari.
Non me ne sarebbe sfuggito alcuno, apocrifi compresi: centootto in tutto” (a Massimo Lodi).
Ciononostante, “sono sempre stato un disastro a scuola.
Ma proprio un disastro.
Anche sul piano disciplinare.
In seconda media, alla Dante Alighieri, toccai il record delle espulsioni dalla classe: centottanta, anche due al giorno”.
Ogni anno veniva quindi rimandato a ottobre
(“Tranne una volta: mi avevano bocciato a giugno”).
Lo scarso rendimento scolastico non gli precluse tuttavia alcuna strada.
“Mio fratello Silvio, quando aveva sei anni, disse: ‘Io da grande voglio fare l’insegnante e il poeta’.
E così è stato.
Io non ho mai immaginato che cosa avrei intrapreso, e anzi tendo a stancarmi e ad annoiarmi di ogni attività molto rapidamente.
Quindi ho messo mano un po’ a tutto”.
“A ventitré anni ero già direttore dell’Azienda di Soggiorno cittadina e facevo lavorare gli altri, ovvio” (a Stefano Lorenzetto).
“Laureato in seguito a una davvero lunga gavetta in Giurisprudenza alla Cattolica, patrocinatore legale, complice mio suocero, che era agente della Reale Mutua Assicurazioni, sono stato costretto a occuparmi di liquidazioni di sinistri per tre anni.
Un’esperienza abominevole.
Nel 1978 ho detto ‘basta’ e sono diventato giocatore di carte professionista – e non solo: frequentavo con molta meno fortuna biliardi, casinò e bische varie.
Di nascosto da mia moglie.
Le dissi che ero agente immobiliare.
Quanto alle carte, uscivo di casa la mattina, andavo in via Silvestro Sanvito, nascondevo l’auto dietro la costruzione e giocavo a pinella con i clienti di un bar annesso a un frequentato distributore.
Puntate da ventimila lire.
Alla fine del mese – ricordavo perfettamente le giocate – mettevo insieme un discreto stipendio. […]
In famiglia, dopo qualche – non poco – tempo hanno scoperto che non ero immobiliarista e ho dovuto smettere.
Dal 1992 scrivo”.
“Avevo già quarantotto anni, e mi dissi: Piero Chiara è diventato Piero Chiara a quarantanove anni, con ‘Il piatto piange’.
Scrivere mi piace: perché non provare?”.
Iniziò allora a vergare racconti (“la mia forma letteraria è il breve: un romanzo è troppo lungo, mi stancherei io a scriverlo, figurarsi un altro a leggerlo. Mentre capita spesso che nel racconto mi esprima come un dio”), che propose a vari quotidiani, tra cui La Prealpina, il primo a pubblicarli.
“A metà anni Novanta molti giornali aprirono e chiusero nell’arco di pochi mesi.
Nel gennaio del 1996, quando uscì Il Foglio di Giuliano Ferrara, mi dissi: compriamolo, così, quando, tra qualche po’, non sarà più in edicola, avrò la collezione.
Poi, essendo sempre stato appassionato di elezioni statunitensi, notai alcuni errori nelle cronache della campagna elettorale quell’anno in corso.
Così iniziai a inviare per fax le mie correzioni al Foglio, come in tante occasioni avevo fatto in precedenza per lettera ad altri giornali.
E per primo Ferrara le pubblicò, e continuò a proporle fino all’estate, quando d’un tratto smise.
Allora mi arrabbiai, e gli spedii un lungo fax riepilogativo, che conclusi con la citazione di Oscar Wilde sui giornalisti che è bene siano ignoranti quanto i loro lettori.
Pensavo di aver chiuso così quel capitolo.
Invece il giorno dopo un amico mi disse:
‘Hai letto Il Foglio di oggi?’
Andai a vedere, e Ferrara aveva pubblicato integralmente il mio pezzo dedicandogli un titolo a nove colonne, e rispondendomi
‘Lei merita una rubrica.
Ci sta?’
Iniziò così la striscia ‘Pignolerie’, che curai sul Foglio fino al settembre del 2009.
Quando, verso la fine di quel benedetto ’96 (che resta l’anno di una raggiunta consapevolezza), Ferrara – al quale debbo la definizione di ‘Gran Pignolo’, con le iniziali maiuscole – divenne direttore di Panorama, mi propose di tenere una rubrica anche sul settimanale, in cui evidenziare gli errori commessi dal concorrente L’Espresso: la intitolammo ‘The Other Place’, che è il modo in cui le facoltà di Oxford e Cambridge alludono l’una all’altra, senza mai nominarla.
All’Espresso impazzirono.
Cercarono ogni volta di individuare errori in quello che scrivevo, ovviamente senza riuscirci: come noto, io non sbaglio mai.
L’unica volta che commisi un errore – non in quest’ambito -, non lo notò nessuno, e fui poi io stesso a correggermi” (a Simone Furfaro).
“Il più tremendo tra le ‘vittime’?
Enzo Biagi, il bersaglio più facile, visto che scriveva sbagliando praticamente ogni riferimento: ha fatto invano di tutto per convincere Ferrara a non farmi più scrivere.
Il migliore, Montanelli: un errore su Lincoln che gli avevo segnalato, lo ha dichiarato, citandomi e lodandomi, sul Corriere” (a Gianni Barbacetto).
Seguirono numerosissime collaborazioni con i principali quotidiani e periodici italiani (per breve tempo il Corriere della Sera, e poi a lungo la pagina culturale del Giornale – “magnifico il mio rapporto con Mario Cervi” -, e ancora La Stampa, Il Tempo, La Gazzetta dello Sport di Pietro Calabrese, Il Sole 24 Ore di Ferruccio de Bortoli, Quotidiano Nazionale, Libero e il Borghese di Vittorio Feltri, Oggi, Vanity Fair, Gente, Capital, Studi Cattolici, ecc.).
Parallelamente, ha anche collaborato con trasmissioni televisive e radiofoniche della Rai e della televisione svizzera, in veste ora di ospite ora di consulente storico, documentarista, commentatore delle campagne elettorali e delle elezioni statunitensi (che segue costantemente anche per la Fondazione Italia/Usa), responsabile della stesura e della correttezza delle domande della trasmissione ‘Quiz Show’ (Rai 1) e molto altro ancora.
Dal 1999 organizza e conduce a Varese, dapprima su invito del Comune, ‘I Salotti di Mauro della Porta Raffo’, serie di pubblici incontri cui sono finora intervenuti oltre duecentocinquanta personaggi di rilievo del panorama artistico-culturale.
Nel 2013 ha ideato ‘Dissensi & discordanze’, semestrale pubblicato in rete e con una limitata edizione cartacea, cui collaborano “le migliori penne italiane e i più acclamati fotografi” (“Io stesso non sono affatto male cone fotografo: l’ho scoperto usando il cellulare”).
Autore di oltre trenta libri tra raccolte di racconti e saggi, per lo più monografie sugli Stati Uniti o su personaggi illustri legati a Varese.
Con ‘La prima squadra non si scorda mai. Confessioni pubbliche di tifosi d’alto bordo’ (Marna 2004), scritto insieme a Luca Goldoni (“uno dei miei ‘fratelli maggiori’, che, quasi novantatreenne, mi ha recentemente indirizzato un ‘Ricordo quando nei nostri viaggi guidavi, io facevo mille domande e tu mi spiegavi il mondo’”), è stato finalista al Premio Bancarella Sport 2005.
Nel 2009 ha vinto il Premio Luca Hasdà.
Da ultimo ha scritto il Dizionario Enciclopedico ‘nel mentre il tempo si va facendo breve’ (titolo interamente minuscolo, così come tutto il testo), di cui è in corso di pubblicazione la seconda edizione ampliata e illustrata (tremila pagine), ‘Usa 2020. Tracce storico-politiche e istituzionali’ (Ares, 2020) e ‘Storia politico-istituzionale degli Stati Uniti d’America e cronaca della campagna elettorale 2020’ (anch’esso di tremila pagine, “definitive, per quanto riguarda la storia statunitense”), di prossima uscita.
Frequentissimi, inoltre, i suoi interventi a proposito di cose americane sul sito internet dell’Associazione Italia/Usa, di cui è presidente onorario, italiausa.org, e sul suo sito personale maurodellaportaraffo.com, sul quale affronta ogni genere d’argomento.
“‘Non lasciando eredità nero su bianco, si privano gli altri di ciò che gli sarebbe più che utile.
Prezioso’.
È questo il motivo che ti spinge ogni giorno a un bouquet di tue opinioni?
‘È questo’.
La ricerca dell’immortalità?
‘È l’immortalità che cerca me’”. (Lodi)
• Lunga militanza nel Partito liberale italiano.
“‘Facevo la terza liceo scientifico.
Calzoni corti, mi piace dire.
Un mio compagno, Sergio Puerari, aveva un debole per la politica.
Gli confessai d’averlo anch’io.
Butto lì: presentiamoci alla sede del Partito Liberale, in via Bernascone, primo piano.
Detto e fatto, venimmo subito arruolati’ […]
La tua carriera fu rapida…
‘Senza che io spingessi per farla.
Mi ritrovai vicesegretario dei giovani con Federico Norsa leader. […]
Poi feci il salto in occasione delle elezioni comunali del ’70’.
Quanti i voti raccolti?
‘Centotrentasei: una cifra più che accettabile, tenuto conto del seguito del partito e che ero all’esordio.
Piero Chiara, l’ottimo narratore luinese, leader varesino del Pli, amico di mio padre e che conoscevo da sempre, apprezzò il risultato.
Mi fece segretario cittadino e vicesegretario provinciale sul campo.
Cominciai a passare intere giornate con lui in via Bernascone.
Rispetto alla prima volta, era cambiato il piano dove era la sede: era passata al quarto’.
Molto discutere…
‘E molto giocare a carte, parlare di letteratura, ottenere il privilegio dell’ascolto degli inediti di Bruno Lauzi, liberale pure lui e allora residente in città’” (Lodi).
“Quanti ebbero per tutti gli anni Sessanta e larga parte dei Settanta modo di frequentare gli uffici di via Bernascone, per quanto mai obbligati a partecipare, si trovarono ogni volta ad assistere a vere e proprie maratone di scopa d’assi a due, alle quali, partito verso altri lidi Lauzi, davamo vita Piero Chiara e io.
Furono per me quelli – per quanto incredibile ciò possa apparire ai poveri di spirito – anni di intenso apprendistato.
Nessuno, apparentemente, lavorava.
Tutti avremmo lasciato invece di noi grande traccia”.
In vista delle elezioni politiche del 1972, accettò di candidarsi alla Camera.
“Quarantacinque giorni!
Tanto durava la lotta per la conquista dei voti di partito e soprattutto delle preferenze. […]
Presi all’incirca un migliaio di suffragi [non venendo eletto – ndr], e ne fui soddisfatto quasi quanto lo ero stato il giorno in cui mi era capitato di trovarmi sul palco di un comizio a Varese nientedimeno che con Giovanni Malagodi, il nostro mitico segretario nazionale.
Tre anni dopo, in un momento nel quale il PLI ancora ‘teneva’, fui eletto consigliere della Amministrazione Provinciale di Varese.
Ma i giochi volgevano al termine.
Di lì a poco, obbligato proprio in ragione dei miei incarichi di politico e di pubblico amministratore a candidarmi nuovamente per la Camera dei Deputati in una temperie assolutamente negativa, pur ancora sostenuto da un consistente numero di elettori, mi trovai coinvolto in una delle peggiori débâcle del mio movimento.
Era il 1976: finiva lì (anche se me ne sarei reso conto solo un paio di anni dopo) la mia vita ‘politica’, e cominciava in quel momento ad allentarsi il sodalizio che mi aveva unito a Piero Chiara, con il quale sempre più raramente mi sarei scontrato, carte in mano, a scopa d’assi nella sede del PLI di via Bernascone.
Non molto tempo ancora, e in città il caffè Centrale e il bar Pini – laddove ci eravamo affrontati e, come si conviene a due avversari, pesantemente insultati con le stecche da biliardo in mano – avrebbero chiuso i battenti”.
Passarono molti anni prima che si lasciasse di nuovo tentare dalla politica: nel settembre 2005 annunciò a sorpresa la sua intenzione di proporsi alla guida del centrodestra nazionale in caso di primarie (poi mai tenute), e nel 2011 si candidò “per divertimento” a sindaco di Varese (“Chissà quanti altri mai aspiranti al ruolo in Italia con un nome e cognome lungo come o più del mio?”) a capo di una lista civica, ottenendo il 2,64% dei consensi.
Sempre molto attivo nella promozione di iniziative culturali, nel 2016 è stato presidente e coordinatore del Comitato cittadino per l’organizzazione delle manifestazioni dedicate al bicentenario dell’elevazione di Varese al rango di città (1816-2016), e proprio in virtù del suo indefesso impegno nel settembre 2020 è stato proclamato ambasciatore di Luino nel mondo.
“Esiste la possibilità d’un nuovo rilancio, alle prossime amministrative?
‘Chissà.
L’occasione fa l’uomo ghiotto’.
Di consenso?
‘No, di allegria.
Che cosa c’è di meglio che affrontare con leggerezza le questioni, spesso grevi, della gestione d’una città?’.
Nel 2021 si voterà per della Porta Raffo sindaco a Varese?
‘Sarebbe una conferma, in caso di vittoria’.
Conferma di che?
‘Del mio essere sindaco.
Dentro di me, lo sono da sempre.
Non vedo ipotesi migliore.
Candidato migliore.
Primo cittadino migliore’” (Lodi).
• Definisce Piero Chiara “mio antico maestro di politica, di gioco, di donne… di vita”.
• Cattolico praticante, considera papa Francesco “un sociologo di quarta categoria”.
“Lo Spirito Santo nella storia della Chiesa si è già sbagliato tante volte, ma questa rischia di essere la più pericolosa”.
• Sposato dal 1969 con Silvana Pacchioni, detta Sissi, due figlie, Alexandra (“sarebbe Alessandra, ma Rudolf Nureev, con cui lavorò, la chiamava ‘Alexandra’, e da allora usa quel nome”) e Federica, “felicemente coniugata con Gabriele, che considero un terzo rampollo” e a propria volta madre di Giulio e Tommaso, “che sono la mia gioia, e a cui cerco di insegnare tutto”.
“Come hai conosciuto tua moglie?
‘Giocando.
Eravamo bambini, casa di comuni amici a Sant’Ambrogio’.
Sempre insieme, da allora in avanti?
‘No.
Ci reincontrammo anni dopo.
Fu decisivo il cinema, per accendere la scintilla’.
Cioè?
‘Vedemmo insieme ‘Più micidiale del maschio’, anno 1967, mese di marzo, giorno il 4.
Film diretto da Ralph Thomas con Richard Johnson, Elke Sommer, Sylva Koscina.
Lo davano a Masnago, al Vela’.
E prendeste il largo…
‘Vento favorevole, navigazione lunga.
Dura tuttora.
Per fortuna mia e per merito principale di Sissi, che con molta grazia mi sopporta’”. (Lodi)
• Grande e antica passione per la storia politico-istituzionale degli Stati Uniti, e in particolare per il loro sistema elettorale, soprattutto – ma non solo – quello presidenziale: da molti anni è infatti ospite fisso, quale consulente di Bruno Vespa, delle puntate di ‘Porta a Porta’ dedicate alle varie elezioni statunitensi.
“Quando scattò il tic d’affezione?
‘Quando mio padre portava a casa i giornali del pomeriggio, che allora, per via del fuso orario, bruciavano i quotidiani del mattino recando i risultati delle primarie americane.
Il Corriere d’Informazione, La Notte, Il Corriere Lombardo…’. […]
Di che epoca parliamo?
‘Inizio anni Cinquanta.
Leggevo dell’efficienza di quel sistema elettorale, del fatto che la durata d’un governo americano corrispondeva a quella di otto governi italiani, e di tante personalità storiche d’assoluto livello.
E ne fui affascinato.
Vi contribuì, è ovvio, anche l’approfondimento tramite libri.
Ne ho trecento, sull’argomento’. […]
Degli Stati Uniti sai tutto, ma non ci sei mai andato.
Bel paradosso…
‘Logica assoluta.
Mi piace come si scelgono il loro capo e quant’altro gli ruota attorno per governare la nazione.
Non mi piacciono usi e costumi dei governati.
Non vivrei mai nella società americana.
Tranne, forse, che in un posto, che potrei almeno visitare’.
Quale?
‘Omaha, nel Nebraska’.
Motivo?
‘Vi sono nate celebrità come Fred Astaire, Montgomery Clift, Marlon Brando, Nick Nolte, Max Baer, Gerald Ford, Malcolm X, Warren Buffett, Andy Roddick e via ecceterando.
Non c’è film importante in cui non accada qualcosa a Omaha.
E non per caso la spiaggia in Normandia dove avvenne lo sbarco nella Seconda Guerra Mondiale fu chiamata Omaha.
Se dovete far nascere un figlio in America, trasferitevi a Omaha per dargli lì i natali’” (Lodi).
• Gran divoratore di libri.
“Quanti ne hai letti?
‘Ottomila, novemila’.
Archiviandoli in un rintracciabile deposito del sapere…
‘Rintracciabilissimo.
La mia memoria è una biblioteca aperta’.
Fino a quando è durato l’amore per il romanzo?
‘Fin che c’è stato Hemingway, direi.
Morto lui, basta.
Esagero, ma non poi tanto’.
Romanzi e racconti a parte, che altro da privilegiare?
‘La giallistica americana, il noir di sicuro.
Dashiell Hammett e Raymond Chandler in cima alla graduatoria’” (Lodi).
• Non meno grande la passione per il cinema, germogliata anch’essa in tenera età.
“‘Il motivo fu curioso.
Mio padre Manlio, direttore dell’Ente provinciale per il turismo, organizzò a Varese dal ’53 al ’55 il Festival del Cinema.
L’Anicagis, ente cui facevano capo i gestori delle sale di proiezione, gli regalò una tessera gratuita per due persone.
Poteva entrare dove gli pareva.
Cominciai a usarla io, portandomi dietro mio fratello (Annamaria, la sorellina, nacque nel 1956). […]
Avevo, credo, nove, dieci anni.
Lui quasi quattro di meno.
Frequentavamo i cinema varesini nel primo pomeriggio.
Non c’era praticamente nessuno, salvo maschere e cassiere’. […]
Che vedevate? […]
‘Western e commedie.
Roba americana.
La mia passionaccia.
Non di mio fratello, che difatti dopo un po’ si stufò di farmi compagnia.
E iniziai la carriera di spettatore solitario, pluridecennale, bisecolare e gratificante’.
Perché western e commedie?
‘Fascino d’un mondo allora d’avanguardia.
Il western significava voglia d’avventura, vittoria, potenza.
Era una scelta politica: gli Usa trasmettevano un messaggio di rassicurante forza.
Idem la commedia: ti mostravano il meglio del bello.
Donne bionde, case modello, piscine, elettrodomestici moderni.
Un segnale di prevalenza economica’. […]
Dopo l’amore per l’America, quale altro?
‘Per la Francia, sul grande schermo.
Cinema in grado di raccontare e cogliere il particolare rivelatore d’un sentimento.
Qui, un nome, lo faccio: Claude Sautet, straordinario regista e sceneggiatore.
Disse di lui François Truffaut: il suo cinema è la vita.
E tanto basti’. […]
Veniamo in Italia?
‘Eccoci qua.
Per confermare che siamo stati maestri nella commedia.
Dino Risi, un caro amico, Mario Monicelli, Pietro Germi, Ettore Scola.
Tutti fuoriclasse, bravi a creare una tradizione, un seguito, un futuro.
Pur se non di quel medesimo, regale segno intellettuale’” (Lodi).
“Il film della sua vita?
‘La famiglia’ di Ettore Scola.
Mi ricorda la casa dai corridoi lunghi dove viveva con gli otto figli mio nonno paterno, in via Calabria 32, a Roma.
L’ultima volta – durante una breve sosta a Roma, in cui avevamo noleggiato un’auto con guidatore – ho chiesto all’autista di portarmici.
Ho sostato davanti al portone’.
Poteva salire.
‘Mai tornare nei luoghi dove si è stati felici’” (Lorenzetto).
• In ambito musicale definisce Rod Stewart ‘il mio cantante-mito’, per assistere a un cui concerto – pur generalmente riluttante al viaggio (“Non m’è mai piaciuto viaggiare. Lo trovo inutile. Vai in un posto e sai già tutto prima d’arrivarci.
Che senso ha? Peggio: rischi la delusione”) – si recò persino a Berlino, quando un amico al corrente della sua passione gli regalò un biglietto per l’evento in occasione del suo settantesimo compleanno.
“‘Rhythm of My Heart’, ‘Forever Young’, ‘I Don’t Want to Talk About It’, ‘Sailing’, la […] magnifica ‘Brighton Beach’… quasi due ore di qualcosa che è molto più di uno spettacolo, e sempre al massimo possibile livello.
Sul palco, all’Arena di Verona come all’O2 di Berlino o in qualsiasi altro teatro o spazio nel mondo nessun Paese escluso, incanta, trascina, commuove…
Ogni volta, seguendolo, aspetto quel preciso, magico momento nel quale sentirò, è certo, una voce interiore dirmi:
‘Tranquillo, Rod Stewart ci salverà!’”.
• Trascorsi giovanili da nuotatore (“Fin da ragazzino lo praticai a buon livello”).
Frustrate dalla miopia, invece, le notevoli ambizioni da pugile (“Sarei stato un ‘falso guardia destra’”).
• Da spettatore, scarso interesse per il calcio, con poche eccezioni: il Varese soprattutto negli anni Sessanta e, ancor oggi, “una passioncella per la Lazio”, dovuta a ragioni familiari (“Un mio lontano zio fu tra i primi sostenitori del club, nel 1900.
E vi giocò pure.
Si chiamava Mario Raffo”).
Più intensa ma anch’essa ormai confinata al passato la passione – “da varesino, ricordando la mitica Ignis” – per la pallacanestro.
Tuttora vivissime, invece, quelle per il tennis e il ciclismo, “argomenti sui quali so tutto”.
• Pur non essendo per sua stessa ammissione un grande scacchista (“Imparai da mia nonna materna a tre anni, e in verità non sono mai stato più che mediocre”), per una circostanza fortuita, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta, ricoprì la carica di presidente del Circolo Scacchistico Città di Varese.
“Succede che nel 1968, quando sono direttore dell’Azienda Autonoma di Soggiorno, vengono da me quelli del Circolo degli scacchi e mi chiedono la disponibilità di uno spazio.
Sono tanti, perché il gioco vanta in città storici precedenti: […] il 20 settembre 1920 gli scacchisti di tutt’Italia si radunarono qui, deliberando di costituire la Federazione Nazionale’.
Dunque i varesini ti domandano ospitalità…
‘E io gliela concedo.
Avrebbero potuto usare per qualche sera alla settimana il salone superiore della palazzina di viale Ippodromo, sede di rappresentanza dell’Azienda. […]
Intesa raggiunta, con sorpresa finale: […] il conferimento della presidenza al sottoscritto. L’avrei tenuta fino al ’74.
Sicché ebbi l’onore d’essere al vertice locale quando si celebrò, nel ’70, il cinquantenario della Federazione Scacchistica Italiana, che aveva avuto la prima sede nell’attuale corso Matteotti’” (Lodi).
• Più curiose altre passioni. “Come fa a conciliare la venerazione per Giovanni Malagodi con quella per Emiliano Zapata?
‘Amo chiunque difenda la libertà.
In Messico fu combattuta l’ultima rivoluzione non utopica, per tornare a un passato che per i contadini del Morelos di Emiliano aveva funzionato.
Alla curandera che lo scongiurava di non recarsi nel luogo dove l’avrebbero ucciso, Zapata rispose: ‘Se mi ammazzano, è un bene.
La rivoluzione ha bisogno di martiri!’”. […]
Stravede anche per Cavallo Pazzo.
“Colpito con una baionettata alla schiena, steso su un tavolaccio, il capo sioux lakota ottenne dai soldati americani il permesso di vedere il padre Bruco e il cugino Tocca le Nuvole.
Le sue ultime parole furono: ‘Padre, dì al popolo che non può più contare su di me’.
Mi commuovo ogni volta…’ (Gli occhi gli si riempiono di lacrime).
Chi altro c’è nel suo pantheon?
‘Oscar Wilde.
Livello intellettuale e genio assoluti.
Seneca, che visse fino alla fine per imparare, come si conviene.
Giovenale, acutissimo.
E Giuliano l’Apostata.
Cultura sterminata’” (Lorenzetto).
• “Raffinato erudito da Ancien Régime” (Pierluigi Panza).
“La storia del giornalismo italiano è divisa in due parti: prima e dopo l’arrivo di Mauro della Porta Raffo” (Antonio Di Bella).
“Al Genio della Lampada, esprimendo il mio massimo desiderio, chiederei di avere la cultura di Mauro della Porta Raffo” (Antonio Padellaro).
“Chi è davvero Mauro della Porta Raffo?
Un giornalista?
Un intellettuale?
Uno storico?
È come un prisma, lo scopri sempre in una luce diversa, ma con una costante: è un rompiballe, uno che non le manda a dire. […]
È il rompiballe colto, puntuale, documentatissimo, che sa fare le pulci a una categoria, quella dei giornalisti, piuttosto di manica larga riguardo alla verifica delle fonti, soprattutto storiche, e propensa al ‘copia e incolla’. […]
Il grande merito di Mauro della Porta Raffo è stato, come capita a tutte le persone di temperamento, di non accodarsi e di sfidare l’establishment giornalistico, denunciando puntualmente errori che una stampa seria non dovrebbe commettere. […]
Il miracolo è che uno come Mauro non è finito ai margini, ma, grazie al gusto della provocazione intellettuale di Giuliano Ferrara, è assurto a pubblico censore dei giornalisti, che per anni si sono sforzati di controllare meglio date e citazioni, non tanto per servire il lettore, ma nel timore di venire citati dal Gran Pignolo. […]
Un timore che, sia chiaro, avevo anch’io.
Quando nel 2006 pubblicai il mio primo saggio ‘Gli stregoni della notizia’, ad angosciarmi non era il giudizio del pubblico, ma quello di Mauro.
Pensavo: chissà cosa troverà…
E quando, un giorno, ricevetti una telefonata entusiastica, la sua, in cui mi comunicava di aver trovato una sola imprecisione e che il libro gli era piaciuto assai, iniziai a rilassarmi.
Avevo ottenuto il bollino di garanzia, quel ‘MdPR’ che nelle redazioni equivale al miglior certificato di autenticità.
Potere di un solo uomo. Potere di un indispensabile rompiballe” (Marcello Foa).
“Quando uno pensa a un uomo originale, fatica a trovarne un campione nel nostro tempo. […]
Tra le persone sicuramente originali c’è Mauro della Porta Raffo, uno scrittore, un poligrafo, che nella sua lunga vita si è occupato di tutto quello di cui non si occupava nessuno. […]
Riesce a rappresentare quello che ad altri è sfuggito, trovando le cose stravaganti, capricciose, e raccontando anche la storia.
Ogni volta che l’ho letto e ogni volta che mi sono occupato di lui ho visto nella sua impresa l’ultima testimonianza dell’enciclopedismo settecentesco. […]
La visione di Mauro della Porta Raffo è una visione d’insieme, una visione in cui i particolari fanno l’universale, e in questo senso quello che per altri è un sapere diviso in lui è un sapere universale.
Questo caratterizza l’ultimo spirito enciclopedistico del nostro tempo” (Vittorio Sgarbi).
“Quello che dice Sgarbi è vero: ho la ‘visione globale’”.
• “Che cosa le piace del mondo di oggi?
‘Che domanda, ragazzi!
Salvo solo la tecnologia.
Per il resto, l’uomo è sempre uguale’.
E che cosa rimpiange del mondo di ieri?
‘La verve.
Adesso i giovani stanno muti davanti alle slot machine, ai computer, come automi.
Una volta, nei caffè, in giro, il prete giocava a carte col peccatore, l’avvocato col giudice e questi, a volte, con l’imputato.
Ognuno diceva la sua, uscivano battute formidabili.
Perché crede che il cabaret sia morto?
Il gioco era un esercizio collettivo.
Capitava che durante una partita, in un locale, carte in mano, Piero Chiara dicesse a uno spettatore:
‘Va’ a pisciare per me, ché io non posso’.
È finita la creatività.
Sono rimasto solo io’” (Lorenzetto).
• Dice di sé:
“Da sempre studia con passione ogni giorno, sperando (e gli manca ben poco!) di arrivare al livello di conoscenza a suo tempo raggiunto da Adalbert Pösch, il maestro ebanista del giovane Karl Popper, che poteva tranquillamente sfidare l’allievo dicendogli:
‘Mi chieda pure quello che vuole.
Io so tutto (Ich weiss alles)’”.

Post scriptum:
“Pare che possa oggi dire di essere sopravvissuto ad una grave forma di Covid – che mi ha colpito ai primi di novembre del 2020 – seguita da una polmonite interstiziale che mi costringe peraltro all’uso costante delle bombole d’ossigeno.
I postumi sono aggravati dalla pregressa fibrosi ai polmoni e dall’enfisema.
Ma sono come sempre ottimista.
Non per niente volli intitolare ‘Prendere la vita di petto e guadagnarci in salute’ la mia prima pubblicazione di narrativa.

Ciò detto e scritto, verranno incredibilmente giorni senza di me!”